lunedì 26 ottobre 2020

LA SECONDA ONDATA DEL COVID-19: CHE COSA SI PUO' FARE SUBITO, CHE COSA SI DEVE FARE PER IL FUTURO


Sergio Frattini - Green Italia Campania

Di fronte alla seconda ondata della pandemia da Covid-19 è ormai inutile recriminare su quello che si poteva fare e non è stato fatto durante i mesi estivi, quando il peggio sembrava passato e i numeri della diffusione del virus erano sensibilmente calati: dal rafforzamento dei trasporti pubblici - che restano insufficienti e mal funzionanti in molte zone del Paese, specie nel Sud Italia, causando disagi cronici, code ed assembramenti - all’assunzione di medici e infermieri per far fronte alle accresciute esigenze di personale, dalla organizzazione di una rete articolata per il monitoraggio dei contagi e l’assistenza domiciliare ai pazienti all’ampliamento delle terapie intensive. 

I decisori politici, sia a livello nazionale che regionale, si trovano ora stretti tra la necessità di adottare nuove misure restrittive che riducono fortemente le libertà individuali, gli spostamenti e i contatti sociali e le pesanti conseguenze che queste portano sul piano economico, con il fermo quasi totale di numerose attività che danno da vivere a milioni di persone. 

Le polemiche sulla guerriglia scoppiata a Napoli la sera di venerdi 23 ottobre, quando gruppi violenti riconducibili all’estremismo politico e a bande malavitose si sono infiltrati nella manifestazione di protesta di imprenditori della ristorazione, commercianti e semplici cittadini contro il cosiddetto “coprifuoco” delle 23 e l’annuncio dell’imminente lockdown da parte del presidente della Campania De Luca, lasciano il tempo che trovano. In questi giorni le dimostrazioni spontanee si susseguono anche in altre città e c'è sempre il rischio che possano degenerare in scontri. 

Certamente la comunicazione ha la sua importanza e se un rappresentante delle istituzioni si rivolge ai cittadini con toni quasi punitivi, minacciando chiusure forzate di attività economiche senza prospettare alcuna forma di aiuto economico per le fasce sociali più colpite, deve aspettarsi una esasperazione delle tensioni, specie dopo avere attuato, negli anni precedenti, un depotenziamento della sanità pubblica, giustificabile solo in parte con ragioni di bilancio. 

Ad ogni modo ciò che adesso serve è formulare delle proposte, a breve, medio e lungo termine, per fronteggiare l’emergenza  e contenerne gli effetti. 

La creazione di un fondo permanente di sostegno alle categorie sociali più esposte alle conseguenze della pandemia, che non possono contare su stipendi ed entrate garantite, allontanerebbe dalla disperazione molte persone e rafforzerebbe la coesione nazionale in un momento così difficile. Analogo discorso varrebbe per il congelamento e il condono di versamenti fiscali e contributivi. Ovviamente non si parla solo del “popolo delle piccole  partite Iva” ma, soprattutto, di tutta la “zona grigia” (molto numerosa nelle aree meno ricche del Paese) rappresentata da lavoratori precari e del sommerso, sia in proprio che alle dipendenze, dediti alle attività più svariate e privi di qualsiasi visibilità fiscale.  

Sviluppare una rete di medicina territoriale, affiancata da un efficiente sistema informativo, che parta dai medici di base fino a presidi sanitari intermedi attrezzati per le emergenze, alleggerirebbe la pressione sugli ospedali e farebbe sentire i cittadini più sicuri e meno angosciati di fronte alla prospettiva di un contagio. 

Quanto agli aspetti più strettamente sanitari, è innegabile che, se è vero che le pandemie ci sono sempre state, le scelte scellerate degli ultimi decenni ne hanno sicuramente acuito le conseguenze. E’ ormai accertata la correlazione tra inquinamento ambientale e propagazione del virus e degli altri agenti patogeni, che in molti casi sono veicolati dal particolato inquinante, maggiormente presente nella pianura padana e nelle grandi aree metropolitane a causa soprattutto del traffico motorizzato. L’evoluzione decisa verso una mobilità più leggera e sostenibile abbatterebbe enormemente questo fattore di rischio. 

Analogamente, la eccessiva densità abitativa e edilizia, oltre a peggiorare la qualità della vita urbana, costituisce un moltiplicatore dei contagi, considerando che dove si costruisce troppo si costringe la gente a vivere ammassati l’uno all’altro, in ambienti che soffrono anche per la mancanza di ossigenazione e di ventilazione e dove, spesso, non c’è più letteralmente spazio per muoversi con facilità. Leggi nazionali e regionali, severe e coraggiose, per fermare la cementificazione che continua senza sosta e limitare il consumo di suolo non sono più rinviabili, così come un massiccio piano di forestazione urbana per l’assorbimento della CO2.

Insomma, la pandemia presente, come quelle con le quali saremo costretti a convivere nei prossimi anni, sono una ragione in più per spingere i decisori e le opinioni pubbliche a svoltare in maniera irreversibile verso un Green New Deal, che non è più solo una via per migliorare la nostra vita ma, molto probabilmente, l’unica soluzione per assicurare un futuro alle giovani generazioni.