martedì 24 marzo 2020

Presto torneremo alla normalità, un mondo diverso è possibile, un mondo migliore necessario.

Anna Savarese, Architetto
direttivo Green Italia Campania



Solo un mese fa eravamo felici per la ripresa dei movimenti di piazza, stretti l’uno l’altro come Sardine, o aderendo a flashmob, o marciando nei Global Strike o partecipando ai Friday For Future insieme ai tanti giovani mobilitati da Greta Thumberg per chiedere ai governi la giusta attenzione ai cambiamenti climatici e alla crisi ambientale che pervade il Pianeta. Solo tre settimane fa, il 5 marzo,  Greta Thunberg, nel suo discorso di meno di 10 minuti alla commissione ambiente, contestando la legge sul clima promossa dalla Presidente Ursula von der Leyen perché non in grado di imporre vincoli e tempi  certi agli stati membri, diceva all’UE che l’aver dichiarato l’emergenza climatica rischiava di essere una mera ipocrisia se ora che “la casa brucia voi siete andati a dormire senza nemmeno chiamare i pompieri”. 
Nelle stesse ore la “casa bruciava” anche per il contagio da Coronavirus: nel giro di pochi giorni successivi, a partire dall’Italia, la nazione più pesantemente interessata, e ora in estensione ad altri stati, si è arrivati al blocco di quasi tutte le attività e al divieto di uscire dalle proprie abitazioni se non per l’approvvigionamento alimentare, l’acquisto di medicinali e di giornali.
In pochi giorni la nostra vita è cambiata. Il dolore per i nostri concittadini soprattutto del centro-nord che si stanno ammalando o peggio morendo superando anche le peggiori previsioni e livelli di letalità e di mortalità della Cina e della Corea rende la nostra “carcerazione preventiva” tollerabile e sopportabile perché improntata alla responsabilità civile e al rispetto per la salute dei nostri concittadini. #iorestoacasa,#ioagiscodacasa #insiemecelafaremo scritto nei teli con l’arcobaleno dai primi giorni hanno animato i nostri balconi dai quali ci siamo salutati o abbiamo cantato, uniti in un abbraccio ideale e rinforzati dall’impegno comune. 
Ma intanto grazie ai social e alla possibilità di incontri virtuali abbiamo cominciato a riflettere insieme soprattutto sentendo stonate le note di chi promuove la caccia all’untore. Purtroppo troppe passate esperienze ci hanno insegnato che quando non si  riesce a risolvere un’emergenza, la cosa più facile è colpevolizzare le persone, inducendo in loro un senso di responsabilità superiore alle proprie potenzialità e al proprio specifico ruolo. Questa partecipazione empatica di per sé riduce il livello di critica o di messa in discussione di scelte che pure pesano e peseranno sulla nostra pelle. 
Alle 18 di ogni sera, mentre ascoltiamo il bollettino “di guerra” dall’unità di crisi del Ministero della Salute e del Dipartimento di Protezione Civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e fissiamo con ansia l’andamento della curva degli incrementi continuiamo a chiederci perché i tamponi sono così pochi, come sono curati i tantissimi positivi che sono a casa, quando collasserà il potenziale dei ricoveri e delle terapie intensive. Ma non abbiamo risposte.
Non sentiamo mai una riflessione sul perché un sistema sanitario come quello italiano, fino a un decennio fa tra i migliori al mondo, non sia in grado di sostenere numeri alti sì, ma sicuramente non impossibili da contemplare per una potenza mondiale come l’Italia. Mentre “fioccano” gli stanziamenti per tamponare l’inizio della crisi economica che dovremo vivere una volta superata l’epidemia, nessuno fa riferimento a dati che pur acquisiamo in rete e che ci parlano di tagli alla Sanità di 37 miliardi complessivi, della riduzione di quasi 50.000 unità di personale tra medici e infermieri la perdita di 70.000 posti letto, che, per quanto riguarda la terapia intensiva di drammatica attualità, significa essere passati dai 922 posti letto ogni 100mila abitanti nel 1980 ai 275 nel 2015. In meno di dieci anni, si sono  chiuse 175 unità ospedaliere, ridotte le Asl da 642 negli anni Ottanta a 101 nel 2017. Tutto a vantaggio della sanità privata e dell’industria sanitaria delle assicurazioni, che però non proteggono dalle pandemie. L’esborso privato per la salute è aumentato del 9,6% nel 2017, forzando 7 milioni di italiani a indebitarsi.
I dati sconcertanti che sentiamo ogni sera impongono il massimo rispetto dei vincoli cui dobbiamo tutti doverosamente attenerci per evitare il propagarsi dei contagi, anche per la piena e assoluta solidarietà con chi oggi sta soffrendo per i gravi danni dell’epidemia, dai malati ai loro parenti e a tutto il personale sanitario che con massima abnegazione e spirito di sacrificio sta mettendo in gioco la propria vita per salvare quella degli altri. Ma non possiamo non evidenziare con altrettanto senso civico, la frustrazione che ci attanaglia  per il peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce di popolazione che hanno perso il posto di lavoro o lo stanno mantenendo operando in assenza di ogni forma di cautela per il possibile contagio. Col Coronavirus le diseguaglianze si stanno acuendo e purtroppo saranno ancor più evidenti dopo l’emergenza. Ci si chiede perché in altri paesi si sia potuto procedere con interventi mirati sui contagi, perché non si riescano a fare più tamponi e in tempi più brevi, perché parte delle risorse impegnate non sia andata alle attività laboratoriali di analisi, perché si parli solo dell’ospedalizzazione e delle terapie intensive e non anche dei presidi territoriali diffusi: visto che ben oltre il 50% dei positivi si sta curando a casa, perché non rinforzare la rete dei medici di base? 
Tanti interrogativi che  non trovano interlocutori. Anzi, ancora prevale un senso di vergogna al solo permettersi di mettere in discussione l’agire di chi sta gestendo questa crisi o di porre domande che potrebbero sottendere critiche o minare il sentimento di unità nazionale e il senso di responsabilità di tutti. Interrogarsi sulle carenze del nostro sistema sanitario o sul perché nei decreti si tengono aperte le fabbriche (anche incentivando con bonus la presenza sul lavoro) mentre si riducono i trasporti ammassando ancora di più chi è costretto ad usarli è più difficile che accusare chi esce per fare una corsa nel parco alle 7 di mattina o esce a prendere una boccata d’aria nell’intorno del proprio edificio.
La caccia all’untore è anche favorita da alcuni governatori che chiedono l’esercito contro gli “irresponsabili” riempiendo pagine di giornale e servizi televisivi con le loro invettive per dirottare l’opinione pubblica contro ipotetici colpevoli, allontanandoli dalla disamina delle reali responsabilità.
Una volta superata l’emergenza, tale disamina dovrà però avvenire, partendo dalle riflessioni di queste ore perché è certo che non potremo e soprattutto non vogliamo tornare alla normalità, o meglio non a quella che ci ha portato allo stato attuale delle cose, a quella “normalità” che è stata forse la causa del problema che stiamo vivendo.
Dobbiamo far tesoro delle grandi sofferenze e degli innumerevoli disagi di questa emergenza per capire e approfondire  il rapporto che lega la crisi ambientale alle grandi epidemie che già da un decennio si stavano verificando con intensità e incisività minori, così come dovremo analizzare il nesso tra entrambe queste crisi, l’ambientale e la sanitaria, a quella ben più grave, socio-economica, che dovremo presto affrontare. 
In un mondo globalizzato occorre che i temi della salute, del clima e delle diseguaglianze diventino prioritari nelle agende governative  e che quella rete di solidarietà che è nata in queste settimane si rinsaldi e si consolidi nella normalità futura che vogliamo. I cali poderosi dei tassi d’inquinamento dovuti al blocco pressoché totale delle attività e degli spostamenti, il maggiore ricorso al telelavoro, allo smart working, ai meeting in rete, hanno dimostrato che basterebbe una decisione, dettata non dalla paura del contagio ma da una scelta razionale e saggia concertata a livello globale per implementare e sviluppare queste metodiche e per ridurre il riscaldamento globale e l’inquinamento. 
E ancora: questa esperienza ci ha ancora una volta dimostrato che ogni crisi acuisce le diseguaglianze e soprattutto giocoforza privilegia l’accentramento del potere decisionale contro l’allargamento o la stessa tenuta del potere democratico. In tal senso, può contribuire ad avallare derive sovraniste già in atto e la nascita di ulteriori barriere difensive.
Non ci sfugge che in queste settimane siamo passati dalla paura dell’immigrato a quella dell’untore. 
Statevene a casa (vostra)! È quanto ci auguriamo di non dover più sentire nella normalità che vogliamo, dove  i temi della democrazia e delle diseguaglianze devono essere centrali, come stiamo già sperimentando in queste ore nelle quali si moltiplicano le azioni di solidarietà e dove stiamo continuando  a comportarci responsabilmente, con la determinazione e l’impegno di chi da sempre crede ed opera perché  sconfiggendo le povertà climatica, sanitaria e socio-economica., un mondo diverso e migliore sia possibile!