giovedì 16 aprile 2020

Virus, rispettare la natura

riportiamo articolo pubblicato su La Repubblica Napoli del 15 aprile 2020
di  Maurizio Fraissinet
Presidente dell’Associazione Studi Ornitologici Italia Meridionale - ASOIM
componente del direttivo Green Italia Campania


Uno dei primi argomenti che vengono affrontati in un qualsiasi corso di ecologia riguarda la “capacità di carico” (carrying capacity) di un ecosistema.
La popolazione di una specie dipende per la sua sopravvivenza dalla capacità dell’ecosistema che la ospita di sostenerla in termini trofici e non solo. Una popolazione tende ad una crescita demografica esponenziale, e se non intervengono fattori che ne controllano e limitano la crescita, questa tende a superare la capacità di sostentamento dell’ecosistema. In questo caso possono verificarsi due scenari: il primo prevede che la parte eccedente della popolazione migri altrove, il secondo che la popolazione vada incontro ad una grave crisi alimentare che la indebolisce e la espone all’attacco di agenti patogeni di tipo epidemico. Questi ultimi sono favoriti nel contagio dall’enorme numero di individui della popolazione da infettare. La popolazione tornerà a livelli di normalità quando sarà fortemente diminuita di numero, si saranno selezionati soggetti immunoresistenti e avrà di nuovo a disposizione le risorse dell’ecosistema. Se però la specie è soggetta al contenimento di predatori naturali questo fenomeno potrebbe non verificarsi perché i predatori mantengono la popolazione sana e a livelli numerici ottimali.
Ebbene tra gli ecologi e gli zoologi da sempre si parla del rischio epidemiologico per la nostra specie legato alla crescita esponenziale della popolazione che si sta verificando a ritmi sempre più incontrollati da diversi decenni. Fra non molto saremo 10 miliardi, e poi continueremo ad aumentare di numero sempre più velocemente. E del resto i fatti danno ragione agli studiosi: negli ultimi 30 anni si è assistito a fenomeni epidemiologici sempre più frequenti e rapidi nella trasmettibilità dell’agente patogeno. Patogeni, si badi bene, il più delle volte “importati” da animali selvatici con cui, sempre più spesso entriamo in contatto per l’intromissione violenta nei loro habitat naturali e per la ricerca di nuove fonti di cibo a bassissimo prezzo.
Sulla pandemia da COVID-19 si sta dicendo e scrivendo tanto, e tanto ancora si scriverà. Il fenomeno verrà analizzato sotto tantissimi punti di vista. Sarebbe opportuno che si pre
ndesse finalmente in considerazione anche l’aspetto ecologico; si comprendesse, con umiltà, che la nostra specie non può sfuggire alle inesorabili leggi della natura di cui essa stessa è parte integrante e non estranea. Che questa esperienza ci insegni a capire che possiamo sopravvivere come specie solo se riconosciamo i limiti ecologici che la natura ci impone e impariamo a farne tesoro realizzando un modello di vita (usare il termine “sviluppo” è semplicemente ridicolo), in cui tenga in conto in primo luogo dell’ecologia e del benessere della nostra specie. Un modello in cui non sia più un tabù parlare della necessità di smettere di crescere numericamente come specie, chiedendoci se la Terra ce la possa fare a sostenerci tutti e in che modo.
Ora più che mai vale la frase del premio Nobel per l’economia Kenneth Boulding. “Chi crede che sia possibile una crescita infinita in un mondo finito o è un pazzo o è un economista”.